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Storia: settant'anni di fascino

L'AMMALIANTE STORIA DEL CARNEVALE SANTACROCESE

Le disse che "ci sarebbe stato". Sapeva bene che non avrebbe detto di no. Il parere della moglie era importante forse fondamentale anche allora. Si erano incontrati in una decina di amici, non si sa se al caffè della Pitolina, o al Bar Commercio che, allora, si trovava all'angolo fra il corso e via Ciabattini dov'è oggi destinato ad andare l'ufficio Servizi Demografici del Comune. Lui, Cesare Pacchiani, aveva il buon umore nel sangue, anche quando lavorava da raffinato ebanista.
Sapeva tutto dei vari tipi di legno, d'incastri a coda di rondine e quant'altro: apparteneva ad una generazione d'artigiani d'èlite, lo sapeva ma non lo faceva pesare a nessuno. Il Carnevale lo aveva contagiato tanto da trasmetterlo alla figlia Uguaglianza, ed agli abitanti di via Santa Cristiana, alias "del Calore".
Santa Croce, settanta anni fa, era davvero "tutta una famiglia". La chiave era infilata nella porta di casa. Si girava nella serratura, o "nella toppa", come si diceva al tempo, e si entrava chiamando il padrone e, più spesso la padrona di casa. Le donne s'imprestavano rosmarino e " odori" e, la sera, gli uomini bevevano volentieri, insieme, un bicchiere di vino. Non c'era la televisione e gli apparecchi radio erano pochi.
Nel 1928 la vita era così: lavoro in conceria, quando le pelli non "greggiavano", "terrazzi" serrati allorché spirava il libeccio, ritmi ragionevoli e tanta fratellanza. Non era tutto "rose e fiori", come rispose una volta Santa Cristiana ai suoi fratelli che l'interrogavano , ma ci si andava vicino, almeno nei rapporti interpersonali, nonostante i tempi fossero politicamente caratterizzati. Ai santacrocesi, la maggioranza, il particolare non sembrava importare molto quando si trattava di organizzare e parlare del Carnevale; in altri momenti ci pensavano ma in quei giorni no: vivevano e si beavano di gaiezza.
Cesare Pacchiani s'era incontrato, per parlare dell'iniziativa, con due suoi amici: Virgilio Pagni e Pilade Riccioni. L'esigenza di "fare uscire i carri" era avvertita da anni.
Il "Carnevale", del resto aveva, come dicevano allora, " preso piede" da anni nel mitico "locale del Mazzantini", in via Carducci, cantato dagli "Spensierati". L'embrione della festa esisteva da tempo. Si trattava di coordinare meglio le iniziative e la sfilata delle maschere sarebbe stata cosa fatta. L'aveva avvertito anche un giovane: si chiamava Evandro Gozzini e dagli altri suoi omonimi: Dagoberto, Tonino, Cristiano, lo incoraggiavano. I Puccini, giovani anche loro, specialmente Adolfo (Marino pensava al calcio) non erano da meno e Pietro Duranti, amministratore di concerie nelle ore di lavoro, industriale e, la sera, fino dicitore, attore e umorista di finissimo stampo, avvertiva che qualcosa andava fatto. Ne parlò a "Dolce", al secolo Idilio Lippi, e la cosa fu fatta. Del resto i vari, affollatissimi, bar cittadini erano già organizzati. Restava da "mobilitare le donne": sarte e cucitrici, per approntare un migliaio di maschere.
Detto fatto. I santacrocesi il carnevale l’hanno sempre avuto in sé stessi: l’arguzia è il loro costume come la volontà di lavorare. E’ gente instancabile, generosa, quella di Santa Croce: si sacrifica, come suol dirsi ma sa anche vivere e divertirsi. I gruppi carnevaleschi si organizzarono e "uscirono". Fu scritta anche la canzonetta ufficiale del Carnevale, quella i cui versi dicono "l’anno Ventotto dev’essere di gloria" e lo fu.
Chi vinse, tra i gruppi in concorso, è difficile dirlo: ci vorrebbe Mario Duranti che fu presidente del comitato per i festeggiamenti carnevaleschi nel secondo dopoguerra e ben conosceva le origini della più "bella festa dell’anno". Uscirono sett’anni fa, per la prima volta, i carri allegorici con sopra le maschere.
Li trainavano coppie di buoi. C’era anche spazio per "l’orchestra", sei o sette musicanti dell’allora famosissima "Premiata Filarmonica Serafino Tessitori". Nell’aria, "Su Fossi" dove giravano i carri, ma anche in piazza Garibaldi, c’erano note e coriandoli. Infuriava anche la battaglia dei fagioli, scagliati sulle gambe delle ragazze.
Fu così che a Santa Croce convenivano i giovani di Empoli, Firenze, Fucecchio, Castelfiorentino, Livorno, Pisa, Pontedera, Castelfranco e chi più ne ha più ne metta: era una festa spensierata, sentita, e, quel che più conta, partecipata.
Lo è anche oggi, a settant’anni di distanza. Lo spirito non è cambiato. La tradizione è stata tramandata padre in figlio o, meglio, da madre a figlia: nel ’28, sui carri c’erano le bisnonne delle belle ragazze che oggi vi danzano e ballano. Non esisteva alcuna differenza di ceto ed è così anche oggi. A Santa Croce, del resto, ha sempre prevalso il tu, almeno per chi è "delle lastre". Pietro Cerrini era un’industrialone ma ben pochi, in loco, gli si rivolgevano con rispettoso "lei".
Possedevano conceria (e la fabbrica della colla) anche i fratelli Pagni, ma era lo stesso. Tullio, poi, non voleva "salamelecchi". Se non ti conosceva domandava: "o di chi sei figliolo?". Alla risposta e alla sua sottolineatura, "allora sei nipote di…", precisava subito "dammi del tu se no son troppo vecchio".
In via Pipparelli, nel suo laboratorio dove molto prima del ’28, si davan convegno il sor Roberto Della Bianca, il notaio Bartalini, il farmacista Vanni e, più tardi, anche il "Beini" (Emilio Pallesi) che "cantava da poeta" ed altri , compreso il pittore Pietro Parenti, imperava ancora Stefano Frangioni che, da quell’arguto spirito che era, aveva inventato "il lume che fa buio". Lui, col Carnevale, aveva poco a che fare, ma suo figlio Cesare si.
L’atmosfera era questa quando per i tipi di Ranieri Gemignani, stampatore senza macchia e senza paura, artista della "composizione" che bene insegnò al suo allievo prediletto Vinicio Scali, uscirono i manifesti annuncianti "il Carnevale del ‘28".
Il resto è storia abbastanza recente. Nel ’29 nevicò e i carri restarono nelle rimesse dove venivano costruiti, ma nel ’30 uscirono alla grande. Fu così fino al ’39 quand’ancora imperavano le canzoni scritte da Adolfo Mechetti e Angiolo Beconcini, ma anche dal maestro Cesare Cesarini, l’autore di "Firenze Sogna" . Seguì la tragica interruzione del secondo conflitto mondiale.
Nel ’46 il Carnevale risorse e , salvo un periodo che potremmo definire di assestamento, ha ripreso con maggiore lena e – lo sottolinea l’attuale presidente Osvaldo Ciaponi- "senza scopi di lucro".
A Santa Croce, infatti, prima si divertono i protagonisti in maschera, poi i santacrocesi di tutte le generazioni e, infine, i sempre più meravigliati spettatori che qui convengono da tutta la Toscana.
E’ la festa più popolare e sentita perché coinvolge nella fase preparatoria, migliaia di persone: le maschere, le sarte tagliatrici, le cucitrici, le mamme, le sorelle, i padri che ricordano le loro gesta personali quand’erano nel "carro di Marino" o in quello di "Fio", nei "Topolini di Libero" o nelle "Lune d’ Uccellone". Nell’aria risuonano le canzoni incancellabili: quelle degli anni Trenta e le successive, bellissime di Don Backy.

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